Terravecchia, in origine con la sua Chiesa ed il clero dipendevano dalla diocesi di Rossano e funzionalmente dall’archipresbiterato di Cariati. Il 27 novembre del 1437, per esaudire la richiesta fatta da Covella Ruffo, il papa Eugenio IV istituiva la diocesi di Cariati unendola a quella già esistente di Cerenzia. Da allora in poi Terravecchia fu aggregata alla novella sede vescovile cariatese-geruntina e nella struttura organizzativa i presbiteri rimasero affidati all’autorità dell’arcidiacono di Cariati, il quale designava all’occorrenza un sacerdote a cui affidava la cura delle anime. Nel 1605 la parrocchia terravecchiese era già dedicata a S. Pietro in Vincoli. L’origine del titolo si può forse ricercare nel fatto che la cattedrale cariatese, oggi intitolata a S. Michele Arcangelo, nel passato era intitolata a S. Pietro e Paolo. Con ogni probabilità quando venne costruita quella di Terravecchia, ed organizzate le attività ecclesiastiche alle dipendenze di quella principale, con l’attribuzione del titolo ne fu sottolineato il vincolo alla Chiesa a cui era legata funzionalmente.
La parrocchia, con la dignità di arcipretura, ottenne l’autonomia ecclesiale e giuridica nell’anno 1726 per volere di monsignor Giovanni Andrea Tria, vescovo del tempo, che nominò arciprete il sacerdote Giacinto Scavello, questi fu il primo titolare della comunità parrocchiale.
Terravecchia custodisce rilevanti beni artistici-culturali-naturalistici, in particolare, si segnalano:
La chiesa rurale di Santa Maria extra moenia, in cui si può ammirare un espressivo affresco della Madonna del Carmine.
La chiesa dell’Addolorata, ovvero Santa Maria della Misericordia, che custodisce un caratteristico ciborio di marmi policromi risalente al XVII sec.
La matrice di S. Pietro in Vincoli, costituita da tre navate e torre campanaria con orologio. Vi si può ammirare un particolare crocifisso ligneo a tutto tondo, una statua lignea dell’Addolorata con la particolare caratteristica di essere vestita di colore e non a lutto. La venerata icona della Madonna del Carmine di scuola napoletana.
Un enorme dipinto raffigurante Santa Caterina d’Alessandria con la ruota uncinata, strumento di martirio.
Nel centro urbano Piazza del Popolo ed il suo maestoso Olmo secolare. Segno indelebile dei moti rivoluzionari della storica Repubblica napoletana del 1799.
La verdeggiante pineta di Littirena, con area di pic-nic. Inerpicandosi lungo un sentiero si giunge a Timpa Laramettara, quota 478 metri s.l.m., da cui si può godere del panorama mozzafiato che spazia dal corso di Fiumenicà al bosco ceduo di Verro e si protende per i tipici scorci della marina.
L’area archeologica di Pruija ed i dolci declivi collinari che degradano sulla costa specchiandosi nell’azzurro e cristallino mare Jonio, nel tratto che si estende da Punta Alice al Golfo di Taranto.
La tipica campagna terravecchiese costituita da uliveti secolari, vigneti, vaste aree di macchia mediterranea con lentischi, eriche, mirtilli, corbezzoli, querce ed una variopinta e profumata varietà di erbe anche aromatiche: origano, menta, salvia, cipolline, rosmarino ecc.
Chiesa Matrice di S. Pietro in Vincoli
L’attuale chiesa matrice venne costruita prevalentemente tra il 1912 ed il 1922; più precisamente, la prima pietra fu posta dall'allora vescovo della diocesi di Cariati Mons. Lorenzo Chieppa il 16 luglio 1906, in occasione della visita pastorale. La struttura muraria fu realizzata con stile “quasi toscano”, a tre navate, sul medesimo posto dove era edificata l'antica chiesa parrocchiale, di linea barocca del XVII sec.
Il 3 gennaio del 1878 un male oscuro scatenò tutta la sua ira sull'antica chiesa: un gigantesco ed inarrestabile franamento del terreno, su cui sorgeva il tempio, ne frantumò le fondamenta. La chiesa crollò inesorabilmente e finì in rovina, trascinando con sé le miserie umane ed i resti mortali dei defunti che vi erano seppelliti.
Al popolo di Terravecchia non rimase che piangere sulla propria sventura.
A nulla servì aver implorato la pietà del Re d'Italia per alleviare le sofferenze della comunità, il quale rimase sordo ed indifferente ai bisogni della gente. L'evento tanto segnò l'animo dei terravecchiesi che visse nel ricordo del seguente detto: "Il tre gennaio del 1878 la nostra Chiesa se ne andò in rovina, ricorsimo al Re ed alla Regina ma tutto fu mandato in officina". Tutto ciò che resta a testimonianza della vecchia chiesa crollata sono un artistico ciborio di marmo, ancora oggi posto sull'altare della chiesetta della Misericordia, ed una statua di marmo della Madonna, piuttosto rovinata, murata in centro al timpano esterno della chiesa parrocchiale ricostruita.
La riedificazione della nuova Matrice richiese enormi sacrifici, soprattutto da parte degli emigranti e dei fedeli di Terravecchia i quali, guidati principalmente dalla caparbietà e dall’operosità dell'arciprete Gabriele Filippelli, pur interrompendo i lavori diverse volte per mancanza di fondi, non si lasciarono prendere dalla sfiducia.
Tutti i sacrifici economici sopportati, sommati alla magnanimità dei cittadini, molti dei quali, gratuitamente, con le bestie da soma portarono acqua e materiale edile, altri ancora prestarono la loro opera senza alcun compenso, ed in particolare le donne recando sulle teste i cesti pieni di "savurre" e "mazzacani" -pietre di piccola e media dimensione-, in fine portarono a compimento l'edificazione della comune chiesa parrocchiale.
Ultimati i lavori, e sistemati le suppellettili, la chiesa nel dicembre del 1920 venne aperta al culto. Essa, contabilizzando le spese riportate nei documenti, costò la somma di £ 45.059 e 20 centesimi, con esclusione della struttura muraria che fu realizzata per iniziativa di Giuseppe Vitale che si fece promotore della raccolta delle elemosine e delle offerte dei fedeli terravecchiesi anche tra quelli emigrati all’estero.
All’interno dell’edificio di culto si possono ammirare:
La statua lignea della Madonna del Carmine, di scuola napoletana.
La statua lignea a tutt’altezza della Madonna Addolorata. Pregevole capolavoro del XVI-XVII sec., la cui caratteristica peculiare, pur manifestando il dolore della madre, è la celebrazione della resurrezione del Cristo poiché la Vergine indossa abiti colorati tempestati di stelle e fiori.
Un crocifisso ligneo del XVII sec. a tutto tondo, molto realistico nella rappresentazione dei flagelli e nella raffigurazione del corpo segnato dalla brutalità della croce. Appartenuto alla soppressa cappellania denominata del SS.mo Crocifisso.
La tela di S. Caterina d’Alessandria, con gli strumenti della flagellazione.
Chiesa rurale di Santa Maria
Il terreno su cui si edificò la chiesa di Santa Maria, di sicuro, è stato donato in beneficenza, poiché la particolare devozione popolare per questo specifico luogo è stata sempre molto sentita e diffusa, inducendo i fedeli, spesso, a donazioni e lasciti in favore della chiesa stessa.
La chiesetta sorge su di uno spiazzo ricavato dallo sbancamento di un costone di roccia costituita da un conglomerato di ciottolame e terra. Essa ha la forma di un trapezio e l'unica navata che la costituisce ha una superficie netta di 82,39 metri quadrati. L'ingresso principale è costituito da un portone con arco superiore e colonne in mattoni di terracotta, sovrastato da un'apertura a forma di trifoglio. Quasi certamente l'antico tetto era realizzato a capriate di legno, queste sostenevano i listelli – nel dialetto chiamati "tajilli"- su cui un manto di canne (ncannatu) costituiva il supporto per una gettata di creta mista a paglia, in ultimo i coppi fungevano da copertura.
Il luogo di S. Maria ha avuto una particolare importanza per i terravecchiesi e per i fedeli dei paesi vicini. Infatti, la tradizione popolare vuole che in questi luoghi si sia manifestato l'evento miracoloso operato dalla Vergine del Carmine. Ella, nel martedì dopo Pasqua, uccise un rettile immondo che rapiva e divorava i fanciulli della popolazione locale. L'intervento della Vergine liberò i nativi dal pesante giogo e salvò l'ultimo bambino ormai ingoiato dal mostro. La scena di quell’evento soprannaturale fu raffigurata in una tela ad olio dipinta dal pittore locale Riccardo Marino che sostituì, nel 1959, un'altra con lo stesso soggetto risalente alla seconda metà del 1700.
Quell'antico dipinto fu commissionato da tal Luca Lombardi che fece scrivere: “Luca Lombardi, di Maria devoto, fè questo dono, e sciolse il fatto voto”.
Alla remota leggenda si legò la tradizione popolare su cui il popolo di Terravecchia fondò la particolare devozione per il culto del Carmine che, nella ricorrenza del martedì dopo Pasqua di ogni anno, con una solenne processione, rinnova gli antichi voti di gratitudine portando a spalla la statua della Madonna dalla chiesa parrocchiale a quella rurale. Il simulacro rimane esposto alla venerazione dei fedeli fin la domenica successiva.
In Santa Maria si può ammirare un magnifico affresco raffigurante la Vergine Maria con in braccio Gesù Bambino. L'icona rappresenta il primordiale riferimento votivo che condusse la venerazione dei fedeli in questo luogo. Il dipinto, di anonimo, era sicuramente un'edicola votiva, posta non già lungo il sentiero di una strada molto frequentata ma in un luogo in cui bisognava recarsi per scelta. Significativamente presso la chiesa esisteva, ed è ancora efficiente, una fontana pubblica sgorgante l'acqua di una sorgente naturale.
L'edicola votiva, in seguito, quando la frequentazione dei luoghi da parte dei fedeli divenne sostenuta, venne inglobata nell'altare della chiesetta rurale edificata in quel medesimo posto. Si può ritenere che la chiesa del Carmine extra moenia, cioè fuori le mura, sia già esistente nel 1600.
Istituita come cappella e badia, Luca Lombardi ne era l'abate negli anni tra il 1742-1743, poiché gli fu conferita dal vescovo cariatese Giovanni Andrea Tria. Nell'atto di assegnazione venne trasferito "il peso di messe n. cinquanta, due, secondo la costituzione Sinodale, da celebrarsino ogni anno nella Chiesa rurale detta S. Maria del Carmine, extra menia".
Già nel 1742 l'eremita Andrea Tramonte vi dimorava indossando l'abito eremitico e "senza star soggetto ad alcuno, solo al Vescovo di Cariati”.
Una chiesa, quella di S. Maria, che dalle fondamenta i devoti edificarono il Tempio del Signore in cui il popolo contempla l'immagine soave di Maria che "...così cantando, in ordine ritornano per quel sentiero, che come in M ha termine quando si scende ; nel salire origine dona al Religioso movimento". Poiché una peculiare caratteristica di quel luogo è la strada di accesso che, quasi per volere divino, nel suo tracciato raffigura una M che ha origine dalla chiesetta rurale di S. Maria e nel nome della Vergine.
Chiesa dell’Addolorata, ovvero di S. Maria della Misericordia
La chiesa dell’Addolorata, in realtà di S. Maria della Misericordia, posta nella località omonima, oggi Via Garibaldi, fu eretta in epoca molto antica, come testimoniava la data del 1638 incisa in un masso scoperto a seguito del rifacimento del piccolo campanile. In questo luogo di culto vi era la sede di una congregazione religiosa istituita nel dicembre del 1704. Infatti, su di una pietra arenaria rinvenuta a seguito dei lavori di rifacimento dell'intonaco, e conservata nell'acquasantiera, venne inciso: "CONGRE CATIONEX DECb 1704". La congregazione a cui si faceva riferimento, di sicuro, era quella di S. Nicola che vi si riuniva periodicamente per le celebrazioni presso l’altare particolare.
Nel 1742 la chiesetta, oltre che un piccolo giardino contiguo, possedeva un monte frumentario di 80 tomoli di grano, gestito dal procuratore don Marco Pismataro. Lo stesso procuratore, con certezza, negli anni successivi fece eseguire dei lavori edili sull’edificio; difatti, sull’architrave della porta, inciso in una porzione d’intonaco, scrisse: “D.M. PISMATARO PP A.D. 1748”.
E’ costituita da un’unica navata in cui si può ammirare il ciborio di marmi policromi del XVII sec., proveniente dall’antica matrice crollata nel 1873.
Piazza del Popolo
La piazza principale e centrale del paese ha avuto quel nome dalla motivazione per cui è stata costruita. All’anno 1736 risale la sua edificazione, come testimonia l’incisione in una pietra arenaria murata. Le piazze, infatti, come luogo di ritrovo e riunione pubblica nacquero nel medioevo. Esse avevano la funzione di ospitare, alla presenza dei residenti, le riunioni del civico parlamento che deliberava i provvedimenti efferenti la vita pubblica della cittadina. Spesso assumevano la toponimia “del popolo – plebiscito ecc.” per indicare la natura universale di quel luogo in cui tutte le decisioni erano assunte per i popolani.
A Terravecchia venne chiamata “Piazza del Popolo” e si mantenne sino ad oggi. La piazza è stata costituita da uno spiazzo che innestandosi con via Orsini ai suoi lati s’innalzarono due terrapieni artificiali di forma tondeggiante sul lato esterno, culminante verso l’interno con due colonne cilindriche e capitello di forma sferica.
Sul terrapieno di destra nel 1924, ottenuta l’autonomia comunale, l’amministrazione dell’epoca fece edificare il monumento ai caduti. Costituito da una stele di marmo a forma quadrangolare alla base della quale sono incisi i nomi dei combattenti deceduti nella seconda guerra mondiale. L’obelisco s’innalzava da una gradinata marmorea ed alla sommità fu fissato un fregio di bronzo raffigurante un elmo, un pugnale ed in basso una corona costituita dalla palma, simulacro della pace eterna, intrecciata ad una ramo di alloro, ad indicare l’immortalità e la gloria per l’estremo atto di sacrificio di quei combattenti, immolatisi per la libertà della nazione.
Sulla scia degli storici moti rivoluzionari del 1799, all’indomani della proclamazione della Repubblica Napoletana, nella piazza di Terravecchia, sul terrapieno di sinistra, venne piantato l’albero della libertà: simbolo di libero arbitrio contro la monarchia ed ogni forma di potere costituito dalla classe baronale ed ecclesiastica.
L’albero come segno di vita nuova che avrebbe dovuto testimoniare la scelta di autodeterminazione delle popolazioni. Esse, però dovettero subire la sanguinosa repressione delle truppe sanfediste guidate dal cardinale Fabrizio Ruffo che, risalendo la Calabria fino a Napoli, travolsero e soffocarono le speranze di libertà. Gli alberi furono sradicati e bruciati. Terravecchia, distante dai circuiti di quella guerra fratricida, non ebbe moti rivoluzionari contro la nobiltà del luogo, rappresentata in realtà solo dalla classe degli onorati. Questa, oppressa come il resto dei sudditi, non si oppose alla messa a dimora della pianta che sopravvisse alla repressione monarchica.
Con il trascorrere dei secoli l’Olmo divenne un riferimento per tante generazioni, al punto che i terravecchiesi, affettuosamente, hanno coniato il detto “Vaju all’urmu ira jjazza –vado all’olmo della piazza”. Quasi per ritrovare quella presenza familiare che tranquillizza e rassicura.
L’Olmo, nella sua emblematica maestosità, s’innalza dal suolo con un tronco robusto e cilindrico per un’altezza di circa 3 metri, ed una circonferenza, ad altezza d’uomo, di 2,45 metri. La chioma arborea, partendo dalla ramificazione di due tronconi principali, si protende per un’estensione ellittica di otre 13 metri, inondando di frescura tutta Piazza del Popolo. Restando unico testimone in Italia di quegli storici eventi, icone dei valori universali ed irrinunciabili di libertà e autodeterminazione dei popoli.